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Le suggestioni presenti negli allestimenti compiuti da Elisa Latini per la mostra “Albero: ecologia dell’anima” rinviano a numerose radici culturali ed emotive.
Il primo termine che viene alla mente è desunto dalla lingua greca: “déndron”, cioè “albero”, ma non semplicemente nel senso di “aspetto arborescente”. Nella parola greca risuona il prefisso di molti sostantivi dotati di interesse biologico e vegetale e allo stesso tempo si avverte il richiamo a una cultura: quella dei boschi sacri agli dèi, dei delubri: i templi allestiti per la purificazione, dei riti lustrali, che consentivano agli uomini, resi puri dalle acque, di accostarsi alla maestà degli dèi.
L’albero ci riporta, dunque, al tempo classico, e questo recupera le proprie ragioni nei primordi dell’uomo. Sappiamo che senza gli alberi e la loro funzione fotosintetica, che coinvolge luce, acqua e ossigeno (gli elementi di base della sussitenza) non esisterebbe la vita.
Ed è la clorofilla il pigmento efficace, che innesca le reazioni biochimiche proprie della foglia. Qui l’arte di Elisa Latini si rende protagonista di un recupero: dal pigmento, al colore, all’immagine interiorizzata, dematerializzata, resa pura idea e insieme istante di una folgorazione.
Dal disegno preparatorio all’immagine finale: il fotogramma di Elisa Latini esprime la conquista di uno spazio virtuale che avvicina l’interiorità dell’albero all’anima dell’uomo. 
Ulteriori suggestioni sorgono dal percorso naturalistico impresso da Elisa ai luoghi della sua quotidianità: la val d’Esino, i boschi di faggi e di conifere nella Marca d’Ancona, ultime propagini d’infinito in vista di azzurre lontananze adriatiche. La poesia dei luoghi si rende poesia della forma, e questa diviene intimo sussulto dell’anima fissato definitivamente sulla tela, ma allo stesso tempo destinato a risuonare nello sguardo e nell’anima del fruitore. 
In questo, albero e anima, ecologia della natura e della mente rinviano ad assonanze comuni. Le opere di Elisa Latini compiono questa sintesi e raggiungono vertici di appartenenza universali.
Direi che il suo stile non è estraneo a certa preziosità d’estremo Oriente, col richiamo incantato a una natura purificata, semplificata e proposta in modo ancora più intimo. Colgo anche segni grafici evocativi di un Giappone che fu impero del Sol Levante e ora è avanguardia dell’Occidente tecnologico,  le reminiscenze di una pace dell’anima che solo ad antichi riti e a profondità del pensiero possono appartenere. 

Pierluigi Moressa

Psicoanalista, giornalista pubblicista e critico d'arte