Work in progress

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I luoghi hanno un’anima; tutti i luoghi. Essi prendono vita e senso dalla loro pura esistenza in natura o dalle mani dell’uomo e quindi, dalle aspettative che quello vi infonde fin dal primo momento che li costruisce perché siano vissuti e quindi,vivano.
Ecco, i luoghi respirano del respiro dell’uomo; poi, il fatto stesso che essi siano più duraturi del loro creatore, li destina a trasformarsi rispetto a ciò per cui ne erano state gettate le fondamenta ed erette le mura.
Così il carattere dei luoghi cambia, il loro significato nel contesto urbano e paesaggistico si trasforma ed adegua nel contatto con una nuova comunità umana e di conseguenza, con nuove necessità.
Il lavoro che si intende proporre, prende le mosse da queste semplici considerazioni, da questa sorta di nomadismo coatto dei luoghi.
Certo, un nomadismo coatto e concettuale, solo lontanamente paragonabile a quello della stirpe nomade: i Rom deliberatamente si spostano e il loro è uno spostamento fisico. Pur tuttavia, se si pensa al perdurare di certe strutture nei secoli, si può pensare che per quanto non scelta, la mutazione di senso in rapporto all’ambiente stia nel loro stesso DNA, nell’essere destinate a permanere più a lungo ed oltre il fine per il quale erano state costruite.
Questo progetto si compone di una serie di pannelli 100 × 50 cm in stampa digitale, per la precisione da un numero minimo di quattro ad un massimo di nove unità, da inserire nel particolare contesto dell’ex mattatoio di Testaccio.
La presentazione dell’opera nel suo insieme è concepita, così che la progressione temporale in cui si svolge, dia anche la percezione di un graduale aumento di complessità della stessa.
Infatti, i singoli pannelli vengono inviati in loco tramite differenti spedizioni ed a scadenze regolari perché nell’ operazione in fieri, l’artista possa in qualche modo enfatizzare la sua presenza/assenza. La sua persona può in questa maniera occupare due spazi concettuali, uno quello dell’assenza: effettivamente la mediazione delle sue opere non può in nessun modo passare attraverso il suo “esserci”; l’altro quello della presenza in un “altrove” col quale si è in costante contatto nell’attesa della spedizione successiva. Ovviamente, questa è un’operazione che può cogliere solo lo spettatore più accorto, visto che essa può essere messa in atto solo comprendendo la necessità della ricerca di una presenza/assenza dell’autore nelle singole spedizioni. Ma vale comunque sia la pena di rischiare, vale la pena per far sì che si creino almeno le condizioni per la possibilità di una tensione dialettica tra chi è presente ed attende il compimento di un processo, e chi in un suo altrove ne governa le fila.
Quanto agli aspetti più strettamente formali e contenutistici, come si diceva, anch’ essi sono in consonanza con la tipologia di “work in progress” fin qui descritta. Infatti, dalla pura, ma non per questo semplice, espressione grafica del primo pannello, il fruitore si confronta con una complessità sempre crescente, sia dal punto di vista concettuale, che da quello tecnico-espressivo, fino ad arrivare alla fusione della forma digitale con tecniche più tradizionalmente manuali.
Così, emerge l’essenza di un luogo percepito ed inteso in fine, come luogo di passaggio, involucro protettivo sulla cui struttura trova appoggio una moltitudine di vite, per poi spostarsi nel corso della propria esistenza verso altre destinazioni. Non solo, il passaggio al quale l’opera nella sua interezza allude, non va inteso solo come migrazione e trasformazione, ma include in sé anche l’aspetto più propriamente legato alla destinazione originaria del luogo, il passaggio della vita alla morte.
Proprio in ragione di questa complessità di intenti, specie una volta compresa l’esistenza di un filo conduttore che nello sguardo d’insieme, amplifica il senso di ogni pannello, oltre l’indipendenza in cui esso si da di per sé, gli strumenti tecnici e formali divengono via via più complessi ed articolati Certo, la struttura compositiva rimane omogenea e coerente, ma nella sua natura di “work in progress” diviene più articolata, sostanziata dalla nettezza del tratto, dalla forza delle scelte cromatiche e da un’energia che colpisce l’immaginazione e quindi, forza l’occhio alla ricerca, all’osservazione ed alle scoperta di quei mondi altri che coabitano nella metamorfosi del luogo.
NOTA DELL’ARTISTA
“Questi pannelli sono stati inviati in successione uno per volta, con scadenze regolari sino all’esaurimento dell’evento stesso, concepito come work in progress. Ho scelto di non rendere la presenza dell’artista necessaria al lavoro; ho infatti concepito i pannelli come estensioni di me inviate sul posto, pezzo per pezzo, nel corso dell’evento stesso.
 I segni si incontrano in un determinato luogo e si contaminano tra loro. Tutto si incontra e mescola in una moltitudine di pezzi, cose, figure che hanno reso il luogo a noi così come è oggi.
I lavori devono essere percepiti come tasselli singoli, indipendenti l’uno dall’ altro, ma legati da un unico senso (filo conduttore) che si comporrà nel corso dell’evento, sino ad ottenere un’unità finale, quindi il lavoro sarà completo solo al termine dell’evento, quando cioè la maggior parte del pubblico non potrà effettivamente usufruire della sua interezza, come effettivamente non potrà vedere me durante lo svolgimento del “work in progress”.
Lo spazio viene da me percepito ed inteso come luogo di passaggio, come involucro protettivo dove una moltitudine di vite si appoggia per spostarsi nel corso della propria esistenza verso altre destinazioni. Non solo, il passaggio al quale alludo include anche l’originaria ragione d’uso del luogo: il passaggio della vita alla morte.
Il contenuto fondamentale del lavoro nella sua interezza è dunque, il passaggio, la metamorfosi, la contrastante convivenza tra uomo, animale ed ambiente.”
 

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